Le bandiere fasciste a Lusiana sono un insulto alla memoria del nostro Paese
“Quando si professano certi valori sarebbe bene non trincerarsi dietro scuse che non reggono, come fatto ieri dagli esponenti della giovanile del PDL. La scusa dell’atto goliardico in risposta alle dichiarazioni di Variati non regge per un semplice motivo: la foto è stata scattata nelle stesse ore in cui Variati condannava dal palco delle celebrazioni del 25 aprile la proposta di cambiare l’intitolazione al museo della Resistenza. Quindi i casi sono due: o il bosco di Lusiana, dove sono state fatte le foto, è pieno di bandiere fasciste abbandonate e i ragazzi della Giovane Italia ne hanno raccolta una per caso, oppure se la sono portata via dalla mattina, ben prima che il Sindaco Variati parlasse. Esprimiamo quindi la nostra più ferma condanna per un gesto che, già di per sè grave, risulta un insulto alla memoria del nostro Paese se effettuato nel giorno in cui tutti dovremmo festeggiare la Liberazione dal nazifascismo.”
Una norma inutile?
Non bastavano le leggi ad personam, il caso Ruby, la malasanità, le false dichiarazioni in merito alla città dell’Aquila. Non bastavano i problemi riguardanti il nucleare, la questione di Lampedusa, le ultime barzellette del Premier. A coronare il quadro della politica italiana sono cinque nostalgici senatori. C’è da capirli, poveretti. D’altronde, riforme come quelle della Giustizia e della Scuola certo non rappresentano un materiale di difficile approccio. Così, Cristiano De Eccher, Fabrizio Di Stefano, Francesco Bevilacqua, Giorgio Bonacin e Achille Totaro (Pdl) hanno ben pensato di presentare al Senato un ddl, ossia un disegno di legge, che prevedesse l’eliminazione della XII norma transitoria della Costituzione: “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del neodisciolto partito fascista”. Quale inutilità, una norma che tutela i cittadini dalla ricomparsa di partiti politici di dubbie basi democratiche e morali!
La giustificazione arriva prontamente. “Nessuno di noi ha mai pensato di avviare una battaglia di tipo ideologico fuori dal tempo e dalla storia. Il nostro ddl, infatti, si prefigge di intervenire su una norma transitoria che per sua stessa natura era quindi destinata, secondo la volontà dei padri costituenti, a valere per un tempo limitato.” affermano gli stessi firmatari.
Ciò che colpisce non è tanto il semplicismo della dichiarazione in sé, quanto la convinzione che questo ddl abbia un senso.
Una “Norma transitoria” si definisce tale non perché essa debba essere presa in considerazione per un lasso di tempo ben determinato, ma perché si ritiene che gli italiani sappiano farla propria, assimilarla, accettarla e desiderarla. Una norma come quella che vieta la ricostituzione di partiti, associazioni o qualsivoglia altro tipo di aggregazione sociale d’impronta fascista è da considerarsi valida dal momento stesso in cui viene scritta. Certo, negli anni Quaranta la situazione era diversa. C’era la necessità di tutelarsi. Il partito fascista era stato sciolto da poco e i nostalgici, seppur celati, non mancavano. Ma ora, ora è tutta un’altra cosa. O così dovrebbe essere. Se una tale norma suscita ancora un così acceso interesse, allora forse dovremmo chiederci se ne sia stato colto davvero il significato.
Il desiderio di abolire una disposizione come questa sottolinea come non si è maturi per ritenerla qualcosa di assimilato, facente parte della nostra stessa identità. Se se ne fosse compresa l’importanza, nessuno si chiederebbe se abrogarla o meno. L’esistenza di un qualcosa di scritto diventa superflua agli occhi di chi ha maturato dentro sé la consapevolezza che mai più si dovrà permettere il ritorno di partiti che appoggiano un regime. Di partiti che annullano la persona in quanto tale. Di partiti che gerarchizzano la società, che si fanno beffe dell’uguaglianza, che rendono l’uomo un essere acritico e sottomesso al potere.
Cari Senatori, siete stati eletti perché possiate tenere fede ai valori incarnati dalla Costituzione.
Che si continui a rispettarli.
Samantha Pegoraro
Il nostro documento sulla scuola
“E’ tempo che la nostra generazione inizi a far sentire la sua voce: per troppo tempo abbiamo accettato che decisioni che ci riguardavano da vicino fossero prese senza tenere in considerazione la nostra voce e le nostre proposte – dichiarano Giacomo Possamai, segretario provinciale dei Giovani Democratici e Barbara Michelin, responsabile Scuola dei GD – Per questo abbiamo promosso questo documento chiedendo ai rappresentanti di promuovere nelle scuole assemblee d’istituto e di classe per discutere delle riforme della scuola e dell’università e, più in generale, delle condizioni in cui versa il nostro Paese. Perché solo con l’informazione e la discussione riusciremo a formare una generazione di studenti e di ragazzi consapevoli delle loro scelte”.
Piccoli momenti di felicità
28 marzo 2010. Dopo 8 anni, Silvio Berlusconi torna a fare il cittadino, presentandosi al Palazzo di Giustizia di Milano, per il processo Mediatrade. Un indagine, l’ennesima (qui non possiamo dargli torto), sulle oscure manovre fiscali che hanno reso possibile il suo impero.
L’evento non può non farci sorridere.
Per 8 anni il premier ha evitato di compiere un gesto che poteva ricollegarlo alla normale realtà delle cose: quella per cui si è giudicati per i propri errori. Persino se questo significa farsi riprendere all’entrata di un Tribunale, e che poi queste immagini finiscano sulle sue diverse, personali, reti televisive.
In questo ventennio berlusconiano, i governi di centrodestra hanno operato, con ogni mezzo, per evitare giornate come questa. Attraverso “riforme”, leggi, battaglie mediatiche, attacchi alla magistratura e alla Costituzione. Come se i problemi del Paese fossero questi.
Quindi sì, vedere Berlusconi andare dal giudice per rispondere delle sue azioni, fa sorridere. Poco importa (per adesso) se si riuscirà un giorno a far luce sulla sua storia. E passiamo oltre anche su chi, fuori dal tribunale, osannava e sosteneva una persona che sente il bisogno di nascondersi da ogni forma di accusa, critica, confronto-Legge. Se ci riusciamo, allora ignoriamo per un attimo la macchina del fango che hanno creato le sue televisioni, dove anche nei programmi di più infima qualità c’è bisogno di figuranti che si fingano aquilani felici per una casa immaginaria. Per far vedere che va tutto bene, sempre.
Possiamo sorridere per un momento: ai telegiornali, anche quelli di Mediaset, possiamo vedere l’imputato Berlusconi andare in aula. Ma non è un sorriso saracastico il nostro, frutto dell’ossessione e della persecuzione nei suoi confronti.
Ma dev’essere questa sensazione che, anche per chi si arroga diritti al di sopra delle leggi, le scorciatoie rimaste siano ormai poche. La straordinaria rivoluzione in atto negli stati nordafricani, contro dittatori e tiranni (amici del premier) sono una grande spinta di ottimisimo, e fiducia. Ma anche aver festeggiato, tutti insieme, al di là del bunga bunga, i 150 anni di questo nostro paese.
Quando si parla dei processi di Berlusconi, si viene accusati di antiberlusconismo, o giustizialismo. È giusto invece ricordarcene sempre. Sempre, perchè non sia mai che l’anomalia che Berlusconi e la sua corte hanno creato in Italia diventi norma, realtà o morale. Perchè per noi democratici il berlusconismo è certamente un avversario politico, ma, soprattutto, un modello di società che contrastiamo in ogni sua parte, e che la storia condannerà. E noi abbiamo questa certezza: le cose cambieranno. Siamo pronti.
Giovanni Selmo
‘Quando lo Stato si prepara ad assassinare, si fa chiamare patria.’
Mohamed era un giovane tunisino laureato, costretto al commercio ambulante per l’impossibilità di trovare lavoro. Si è dato fuoco in segno di protesta per il sequestro della sua merce.
Scossa da questo episodio, la popolazione tunisina dà il via ad una serie di sommosse contro il regime di Ben Alì, manifestando un malcontento generale che presto travalicherà il confine nazionale. Algeria, Marocco, Yemen, Iraq, Bahrein e il più recente Egitto, vittima del trentennale potere di Mubarak. Si tratta di un vero e proprio focolaio che non accenna a spegnersi… ultima in ordine di tempo, ma più importante per la gravità della situazione rimane la Libia, dove l’intera regione della Cirenaica insorge contro un regime quarantennale. Ed è di questi ultimi giorni, la notizia di una Siria scintillante di proteste, in cui in modo naturale e spontaneo, l’-'incendio della libertà- divampa. Si tratta senz’altro del terremoto politico più rilevante degli ultimi anni, imprevedibile sia per estensione che per velocità di diffusione, in cui i mezzi di comunicazione e la rete hanno avuto un ruolo particolare. Quasi come un’epidemia, ogni giorno un nuovo paese ne è stato contagiato, pressato dalla richiesta di libertà, diritti umani da parte di un popolo stanco, ormai frustrato da stati di emergenza decennali, governi antidemocratici, dure condizioni di vita, clientelismo, corruzione delle classi dirigenti, disoccupazione giovanile e scarse prospettive future, nonchè dall’ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza.

Che valore attribuire a questo processo di mutamento politico? E’ un momento di cesura storico-politica o si tratta di semplici agitazioni di superficie… passeggere, che non mineranno le radici dell’organizzazione sociale del mondo arabo?
Il mutamento è una componente costante della società. Occorre però distinguere due tipi di mutamento: quello fisiologico, ossia ricorrente ed innocuo in quanto non mira a modificare la gerarchia dei valori e delle posizioni sociali all’interno di una nazione e l’innovazione. Quest’ultima determina una revisione profonda dei presupposti e delle regole su cui si fonda il sistema sociale, comportando nuovi valori, bisogni e conseguenze in una società di fatto nuova. Ed è proprio questo tipo di mutamento-innovazione, parte costituente di quel vento che spira nelle terre di protesta che osserviamo da 3 mesi, desideroso di rompere definitivamente con il passato e che non ha intenzione di accontentarsi con un semplice ricambio dei vertici. La fase innovativa, carica di crisi ed incertezza circa il futuro, chiede Costituzioni… un nuovo inizio rispetto alla legalità precedente. Il successo delle sommosse è tutt’altro che imminente. Le ultime notizie ci inducono a pensare che l’intenzione di rompere col passato e ripartire da zero, sia forse fallita. Ma l’eredità di fondo di queste sollevazioni, riuscite o meno (sarà il futuro a decretarlo), è importantissima perchè fatta di idee e desideri, immuni ai colpi d’arma da fuoco, di una società più giusta e nuova. Nonostante il rischio concreto (che avrebbe drammatiche conseguenze politiche di natura globale) di nuove giunte militari al potere, di un ritorno o una permanenza del “vecchio” o al peggio di fondamentalisti, ciò che più importa è la presa di coscienza collettiva definitivamente avvenuta. E questa è la più importante e più duratura conquista. Grazie al risveglio di popolo, il corso degli eventi sta subendo una svolta cruciale, senza dubbio innovativa, e la Storia non torna mai sui suoi passi.
Barbara Michelin
Ancora tagli alla cultura

“Oltre al danno, la beffa. Il governo, dopo aver diminuito di 280 milioni (pari all’80% del totale) i fondi previsti per la cultura in Finanziaria, ha inserito nel decreto Milleproroghe una tassa di un euro su tutti i biglietti del cinema a partire dal 1 luglio 2011. Andare al cinema costerà quindi di più, perché la tassa sarà scaricata direttamente sul biglietto. Siamo di fronte all’enesima presa in giro – dichiara Giacomo Possamai, segretario provinciale dei Giovani Democratici – Non solo si mette in ginocchio l’intero settore con tagli che, di fatto, imporranno la chiusura di molti teatri, enti lirici e cinema ma si decide di far cassa imponendo a tutti i frequentatori dei cinema una tassa su ciascun biglietto. Abbiamo quindi deciso di promuovere una petizione online che è stata già lanciata su Facebook e in poche ore ha avuto decine di adesioni. Le prossime due settimane ci vedranno impegnati con i nostri banchetti e i nostri volantini fuori da tutti i cinema della provincia per informare la cittadinanza e promuovere la nostra petizione.”
“Questo combinato di interventi legislativi renderà praticamente impossibile per amministrazioni pubbliche, aziende e fondazioni che gestiscono i servizi e le attività culturali e di spettacolo, continuare a proporre e far crescere i propri progetti, andando nella direzione opposta invocata da chi, in Italia e in Europa, vorrebbe che si scommettesse sulla cultura come motore di sviluppo – sostiene Francesca Lazzari, assessore alla Cultura del Comune di Vicenza - Con quali prospettive allora può un paese immaginare il proprio futuro se si rinuncia già in partenza a puntare su un comparto dalle enormi potenzialità, sul quale scommettere per uscire dalla crisi e dare competitività all’economia? Chi ha scritto queste leggi, chi le ha promosse, chi le ha votate lo sa che in Italia ci sono oltre 900 mila imprese operanti in attività legate al settore culturale e creativo e che, ancora nel 2009 in piena crisi, la spesa delle famiglie italiane per la cultura ha rappresentato il 7% della loro spesa complessiva? Cultura a rischio paralisi e l’Italia è cultura – prosegue la Lazzari – che questo ambito venga colpito da tagli indiscriminati e non venga mai posto al centro di un’azione per lo sviluppo del paese è miope e incoerente e dimostra assenza di visione e di responsabilità per il futuro delle giovani generazioni. Siamo nella società della conoscenza e si pratica la politica dell’ignoranza.”









