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Lettera aperta a Luca Zaia sulla cittadinanza ai figli di immigrati
Tralasciando questo tentativo di “sviare il discorso” mi sento di risponderle che le normative italiane in fatto di immigrazione sono, a mio avviso, giuste e nessuno le sta criticando e nessuno sta minimamente pensando di introdurre le normative statunitensi, quali la ”lotteria di ingresso”, in merito all’immigrazione che, dati alla mano, non hanno certo portato grandi risultati, ma anzi hanno favorito l’immigrazione clandestina. Quel che ci interessa “importare” da paesi come gli Stati Uniti e la Francia è il concetto che chi nasce e cresce nel Paese ha diritto di essere cittadino al pari di chi, avendo parenti cittadini (siano essigenitori, nonni o bisnonni) dell’Italia non ha mai consciuto la lingua ed imparato gli usi e costumi se non dai racconti, spesso sbiaditi dal tempo.
Effetto (si spera) Pisapia.
Correvano gli anni ’20 e a Milano veniva battezzato il nascente fascismo che da qui a breve avrebbe marciato su Roma. Nella stessa città, a piazzale Loreto, qualche decennio dopo si chiudevano definitivamente i conti col Ventennio, pronti per scrivere le pagine bianche di quella che sarebbe diventata la Prima Repubblica. Ed ancora una volta, la città meneghina negli anni ’90 torna protagonista del panorama italiano con Tangentopoli e la ‘discesa in campo’ di Berlusconi, a celebrare l’avvento della Seconda Repubblica e la fine dei partiti storici.
Sembrerebbe quindi evidente da questi dati, come ogni svolta della storia moderna politica italiana sia sempre stata maturata nella capitale di un Nord operoso, sotto l’occhio vigile della ‘bela Madunina’… se così realmente fosse, questa volta Milano dovrebbe essere anche cittadina protagonista della fine del berlusconismo, affascinata ancora una volta, come negli anni passati, da spirito di cambiamento ed innovazione. Affinchè ciò accada, Milano e i Milanesi deve, devono farsi e lasciarsi conquistare.
Così era successo con Berlusconi: aveva debuttato rifiutandosi di trasformare il Suo partito in un comitato elettorale-azienda, conquistando chi, nel ceto moderato e non solo, sentiva esigenza di rinnovamento per cambiare e crescere. Poi, anno dopo anno, sposando il solo programma delle leggi ‘ad personam’, insultando i magistrati e sparando contro il Quirinale, ha trasformato la politica nel tifo che grida “arbitro venduto” e irride gli avversari. Insomma un nulla a che vedere con il razionale pragmatismo e compostezza milanese e con l’Italia migliore che sfida la crisi economica con il coraggio di chi ogni giorno lo vive con onore e trasparenza. Nella sua smania onnivora Berlusconi ha trascinato con sé anche la Lega, che certo urla quando le sue bandiere vengono radunate lungo il Po, ma che ha sempre avuto a cuore la politica concreta del giorno per giorno e i legami con la sua gente, reggendo finché è rimasta movimento estraneo a vizi e vizietti di partito. Sul punto di toccare il fondo, anche il movimento caratterizzato dal sole della Alpi, ha lanciato il suo grido d’allarme, sull’onda dell”’historia docet’: se non si vince a Milano, che si fa?
Dall’altro lato una candidatura vincente di Pisapia: l’avvocato composto, uomo impegnato che si vuol far passare per estremista, ma che incarna in realtà le virtù riformiste della moderazione e del garantismo giudiziario. Una figura poco incline a logiche di partito per seguire metodi nuovi fino a oggi a noi estranei che piace e potrà sperare di competere e si spera di vincere. Ecco perchè anche a noi il buon vecchio Giuliano piace. E piace soprattutto nell’ottica di esponente di un cambiamento che da Milano è pronto a soffiare sul paese intero, giusto per non smentire il fatto che ogni cambiamento storico-politico aveva come sfondo la bella Milano. Importante è che Milano ascolti il lamento del Paese, molli gli ormeggi dello status conservativo tendente al passivo e torni a scommettere sul cambiamento. Una Milano che, nella storia moderna ci mette la faccia, visto che B. non ce la potrà mettere più.
Barbara Michelin
L’Acqua è un bene di tutti e non va privatizzata
Il 12 e 13 giugno gli italiani saranno chiamati alle urne per il tanto atteso referendum. E’ importante andare a votare e barrare la casella del SI’ in tutti e quattro i quesiti per dire no alla costruzione di centrali nucleari, al legittimo impedimento e alla privatizzazione dell’acqua. Per quanto riguarda quest’ultimo tema è una vergogna che si possa mettere in discussione la gestione pubblica degli acquedotti. L’acqua è un bene comune, un diritto di tutti e non una merce. L’acqua non deve essere un interesse di pochi, la sua gestione pubblica è fondamentale in quanto è uno degli elementi portanti di una società che si vuole definire democratica. Speculare su un prodotto come l’acqua sarebbe semplicemente un ladrocinio, in quanto il gestore privato potrebbe decidere il suo prezzo in maniera praticamente arbitraria e condizionare così migliaia di persone. I quesiti riguardanti la gestione dell’acqua che con questo referendum possiamo abrogare votando Sì sono due. Il primo riguarda le “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica”, il secondo la “Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito”. E’ evidente che il Governo mediante questi provvedimenti vorrebbe mettere in atto una politica di privatizzazione indiscriminata che andrebbe a colpire migliaia di utenti e a remunerare lautamente quei pochi gestori che inizierebbero a far soldi sulle spalle dei cittadini. Per migliorare la gestione degli acquedotti la soluzione della privatizzazione non è certo la via più efficace e meno indolore per le tasche degli italiani. Certo, in parecchi casi la qualità del servizio è discutibile e migliorabile, ma esempi virtuosi come quello delle nostre Acque Vicentine dimostrano che l’acqua può essere garantita a tutti ad un equo prezzo e con una gestione di eccellenza. Il Governo ha fatto la furbata abrogando il referendum sul nucleare un mese prima del voto, una vergogna senza precedenti. Come ha scritto Sergio Rizzo in un articolo del Corriere qualche settimana fa, “ci manca soltanto che con qualche geniale trovata adesso si cerchi di evitare pure il referendum sulla privatizzazione dell’acqua”. Sarebbe l’ennesima prova di quanto antidemocratico e illiberale si stia rivelando questo Governo, che arriva a mettere in discussione un diritto sacrosanto come quello del referendum abrogativo, procedimento previsto dall’art. 75 della nostra Costituzione.
E’ tempo di cambiare, è tempo di far valere il proprio diritto al voto per non lasciare che a decidere per noi continuino ad essere gli altri. Il 12 e 13 giugno possiamo tornare a dire la nostra e fermare la barbarie della privatizzazione dell’acqua.
Alberto Carpenedo
Piccoli momenti di felicità
28 marzo 2010. Dopo 8 anni, Silvio Berlusconi torna a fare il cittadino, presentandosi al Palazzo di Giustizia di Milano, per il processo Mediatrade. Un indagine, l’ennesima (qui non possiamo dargli torto), sulle oscure manovre fiscali che hanno reso possibile il suo impero.
L’evento non può non farci sorridere.
Per 8 anni il premier ha evitato di compiere un gesto che poteva ricollegarlo alla normale realtà delle cose: quella per cui si è giudicati per i propri errori. Persino se questo significa farsi riprendere all’entrata di un Tribunale, e che poi queste immagini finiscano sulle sue diverse, personali, reti televisive.
In questo ventennio berlusconiano, i governi di centrodestra hanno operato, con ogni mezzo, per evitare giornate come questa. Attraverso “riforme”, leggi, battaglie mediatiche, attacchi alla magistratura e alla Costituzione. Come se i problemi del Paese fossero questi.
Quindi sì, vedere Berlusconi andare dal giudice per rispondere delle sue azioni, fa sorridere. Poco importa (per adesso) se si riuscirà un giorno a far luce sulla sua storia. E passiamo oltre anche su chi, fuori dal tribunale, osannava e sosteneva una persona che sente il bisogno di nascondersi da ogni forma di accusa, critica, confronto-Legge. Se ci riusciamo, allora ignoriamo per un attimo la macchina del fango che hanno creato le sue televisioni, dove anche nei programmi di più infima qualità c’è bisogno di figuranti che si fingano aquilani felici per una casa immaginaria. Per far vedere che va tutto bene, sempre.
Possiamo sorridere per un momento: ai telegiornali, anche quelli di Mediaset, possiamo vedere l’imputato Berlusconi andare in aula. Ma non è un sorriso saracastico il nostro, frutto dell’ossessione e della persecuzione nei suoi confronti.
Ma dev’essere questa sensazione che, anche per chi si arroga diritti al di sopra delle leggi, le scorciatoie rimaste siano ormai poche. La straordinaria rivoluzione in atto negli stati nordafricani, contro dittatori e tiranni (amici del premier) sono una grande spinta di ottimisimo, e fiducia. Ma anche aver festeggiato, tutti insieme, al di là del bunga bunga, i 150 anni di questo nostro paese.
Quando si parla dei processi di Berlusconi, si viene accusati di antiberlusconismo, o giustizialismo. È giusto invece ricordarcene sempre. Sempre, perchè non sia mai che l’anomalia che Berlusconi e la sua corte hanno creato in Italia diventi norma, realtà o morale. Perchè per noi democratici il berlusconismo è certamente un avversario politico, ma, soprattutto, un modello di società che contrastiamo in ogni sua parte, e che la storia condannerà. E noi abbiamo questa certezza: le cose cambieranno. Siamo pronti.
Giovanni Selmo
Perdere due volte con i rifiuti
Dalla Napoli di grande tradizione sartoriale arrivano le più famose cravatte italiane mentre dal porto campano parte per l’export il materiale per la manifattura cinese. “Materia prima Secondaria” così si chiama la monnezza triturata che spediamo in Cina nei container che poi ci rimandano carichi di spazzatura trasformata in giocattoli e vestiti!
Questo grottesco paradosso tutto italiano ha radici lontane, profonde e maleodoranti, le città-discarica più grandi d’Europa, il minor numero di termovalorizzatori per abitante e le disparità inaccettabili della raccolta differenziata con il Piemonte, il Trentino e il Veneto oltre il 50%, la Puglia al 10,6% e la Sicilia al 6,7% a fronte del maggior numero di lavoratori nel settore.
Questa nostra tragedia ambientale, economica e sociale tutta Made in Italy nasce dall’incapacità di rinnovarci, riutilizzare e riciclare. L’Italia reimpiega in energia il 13% dei propri rifiuti contro il 46% della Francia, che evidentemente non si avvale solo dell’energia nucleare per il fabbisogno energetico, ma di un sistema integrato e organizzato di produzione diversificata in cui l’atomo rappresenta una parte importante, ma non è la lampada di Aladino.
L’altra faccia della medagli sono le discariche. Infatti se non ricicliamo, dove li mettiamo i rifiuti? La Francia gestisce così l’8% della spazzatura, la Germania solo il 4% mentre nel nostro paese siamo al 43%. In questo modo non solo perdiamo l’opportunità di guadagnare sui rifiuti, non solo ci costano milioni di euro per farli smaltire dai tedeschi ma ci avveleniamo con immense cloache a cielo aperto che producono esternalità negative incalcolabili per tutta la società.
Le soluzioni a questo disastro sono valide e percorribili. I termovalorizzatori tanto temuti senza reale conoscenza, garantiscono una valida gestione nel Nord Italia con 46 impianti, mentre al Sud con solo sei termovalorizzatori i problemi nascono da questa mancanza di strutture per incapacità politica e avversione popolare che hanno portato alle catastrofiche situazioni di Palermo e Napoli.
Fortunatamente basta percorrere i 56 km che separano Napoli da Salerno per capire che gestire bene i rifiuti anche in Campania è possibile. Raccolta differenziata al 60,3% nel 2009 e quasi al 70% nell’ultimo anno, un nuovissimo impianto di compostaggio che utilizza pannelli solari realizzato con fondi europei e comunali e l’ambizioso ma realizzabile obiettivo di rendere Salerno completamente autonoma ed efficiente nel gestire il ciclo dei rifiuti con importanti benefici economici e salutari per le famiglie salernitane.
Giacomo Gabrieletto
Agli sgoccioli
Quando un ciclo politico si sta palesemente chiudendo i rappresentanti di quella classe dirigente dovrebbero farsi da parte, ammettere la propria sconfitta e lasciar spazio al nuovo che bussa alla porta. Berlusconi sembra non averlo capito, ostinandosi a fare il contrario. Lo dimostrano gli ultimi frequentissimi suoi interventi pubblici, dagli ormai consueti videomessaggi alle lettere ai quotidiani, dalle interviste rilasciate ai TG alle telefonate in diretta per interrompere quei “postriboli” televisivi che hanno il difetto, pensate un po’, di permettersi di criticarlo. Evidentemente lo stesso Presidente del Consiglio sembra non volersi arrendere davanti all’evidenza, cerca di dimenticare che il decoro delle istituzioni in Italia è diventato ormai un optional e tra il Rubygate e le continue promesse ai cittadini il risultato è che da mesi non si parla più di politica. Solo in questi ultimi giorni Berlusconi ha ricominciato a parlare di cose che potrebbero interessare il Paese, ma trattasi appunto di promesse (le ennesime), di quelle che l’Italia è abituata a sentire da quasi diciassette anni. Stiamo ancora aspettando i fatti. Dimostrare che di sole promesse si tratta è molto semplice: perché si parla soltanto adesso di rivoluzione liberale e di scossa all’economia italiana? Perché dal ’94 ad oggi non c’è stata nessuna rivoluzione liberale, e soltanto ora questa formula viene rispolverata? Siamo agli sgoccioli, e questo è soltanto uno dei tanti tentativi di arrampicarsi agli specchi promettendo rivoluzioni che sotto il berlusconismo non sono mai avventute. Pierluigi Bersani ha giustamente detto no ad una collaborazione con la maggioranza per questa rivoluzione liberale, rispondendo a Berlusconi tra le stesse pagine del giornale in cui il giorno precedente proprio il Presidente del Consiglio aveva fiaccamente annunciato l’ennesima grande svolta che avrebbe in mente per il nostro Paese. “E’ una proposta che arriva fuori tempo massimo”, scrive Bersani, “e noi ci siamo fatti un’idea piuttosto precisa della situazione italiana e dei possibili e difficili rimedi”. Assodato che Bersani abbia elencato con precisione le proposte del PD per superare la crisi, per il rilancio dell’economia e per una giusta politica sociale è ora importante che siano i cittadini italiani a capire che chi per quasi un ventennio non è stato artefice di alcun cambiamento non può di certo prometterlo adesso.
Alberto Carpenedo







