Archives for the 'Commenti' Category
Milano Libera Tutti

Abbiamo vinto.
Questa volta possiamo dirlo senza tanti distinguo: le ultime elezioni amministrative hanno visto il successo netto delle coalizioni di centrosinistra in tutte le maggiori città del paese al voto, dal Nord al Sud. Persino a Cagliari, dove la destra ha governato (quasi) ininterrotamente sin dal dopoguerra.
Ed è bello poter dire “abbiamo”, anche se parliamo di tante realtà locali, grandi e piccole, diverse tra loro. Soprattutto se pensiamo alla pluralità delle forze che sostenevano sindaci e presidenti di provincia.
In qusto “abbiamo” trovano spazio i partiti, le associazioni e i comitati. Ma è importante sottolineare che i veri vincitori di queste elezioni sono stati soprattutto i cittadini. Quelli che hanno sentito con urgenza la necessità di svoltare, per amore della propria città, ma non solo, e di spendersi per persone capaci, pulite, possibilmente nuove.
i partiti di centrosinistra, e il PD fra questi, hanno colto (per fortuna) questi segnali. A Milano si è vinto con la voglia di sradicare, ma con allegria, il mondo fasullo che vediamo trasmesso ogni giorno al Tg1. Si è vinto senza la violenza mediatica della calunnia televisa, senza offendere, senza odiare. Si è vinto senza scendere allo stesso livello delle provocazioni, e ci è voluta veramente tanta forza e ironia, per noi che ci troviamo al tempo del grande partito del bunga bunga. I malgoverni, se combattuti con proposte serie, prima o poi vengono sempre condannati.
Abbiamo vinto tutti perché ci siamo dati da fare. Perché abbiamo fatto le primarie.
Perché la ricchezza, e non la debolezza, della proposta del centrosinistra, sta nell’essere un insieme di tante anime che vogliono veramente migliorare questo Paese. E che quindi difendono l’acqua pubblica, contrastano ridicoli progetti nucleari e tentano, come fa il PD, di restituire al Paese una legge elettorale degna di una democrazia moderna.
Abbiamo vinto perché la nostra visione di società è diversa, ed è radicalmente alternativa a chi governa ora in Italia.
Abbiamo vinto perché è ora di sfatare un certo disprezzo per le piazze, per chi ci mette la faccia, per quei giovani che hanno tutto il diritto di sognare il ricambio di una classe politica che li sacrifica sistematicamente a favore delle solite, ridotte, categorie sociali.
Abbiamo vinto perché la nostra proposta è forte, e non ha bisogno di inseguire il fantomatico successo di Sceriffi, Moderati o Poli immaginari.
Abbiamo vinto.
Giovanni Selmo
Come si impara ad insegnare?
Alla domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” un bambino potrebbe rispondervi “L’astronauta”, anche se non siamo più ai tempi dell’ormai mitologico Yuri Gagarin, o più facilmente, “il calciatore”, “il cantante”, o magari anche “Il concorrente del Grande Fratello”.
Difficile che un bambino vi risponda che vuole fare l’insegnante. E questo per due motivi.
In primo luogo, quella dell’insegnante è una professione attualmente poco ambita perché poco riconosciuta socialmente. L’insegnante, oggi, non gode più di quell’aura di professionista del sapere che lo ammantava una generazione fa. Spesso oggi l’insegnante è considerato un ammaestratore di allievi; egli deve in primo luogo controllare che mentre sono sotto la sua sorveglianza non si gettino dalla finestra credendo di essere Superman o non picchino i compagni.
In secondo luogo, è difficile che qualcuno vi dica che gli piacerebbe fare l’insegnante perché, a tutt’oggi, non si sa come fare ad accedere alla professione.
La formazione degli insegnanti è stata un aspetto cui ogni governo ha inteso mettere mano, provocando una confusione ed una sovrapposizione normativa senza pari. Conseguenza di tali intrecci burocratici sconsiderati sono le colonne di precari che affollano le graduatorie, spesso affrontando travagli amministrativi inenarrabili per raggranellare qualche scarno punto in più. Allo stato attuale, la formazione degli insegnanti è un buco nero. Sull’argomento regna la deregulation più selvaggia; la recente riforma Gelmini, che di fatto ha apportato modifiche sostanziali anche su questo tema, non è stata però incisiva nel metterle in atto: il “New Deal”, il nuovo percorso della formazione degli insegnanti appare ammantato da un alone di mistero.
Se nel passato la scuola ha rappresentato un ammortizzatore sociale come alcuni sostengono, non si capisce perché tale situazione debba apparire come irrisolvibile e continuare a pesare sulle generazioni successive. Continuare a non investire nella formazione significa dare al Paese teste condizionabili, prive di senso critico, nonché professionalità deboli e competenze fragili, che fanno acqua da tutte le parti.
Insegnanti poco motivati, la cui professionalità non è riconosciuta e la cui formazione è traballante, fanno della scuola un’istituzione debole, che non accompagna i ragazzi nella loro formazione e che non li incoraggia a pensare. Che sia questo il vero obiettivo? È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena, ma forse qualcuno continua a credere che meglio di tutto sia una testa vuota.
Giulia Turra
Altro che concordia, la Giovane Italia festeggia il 25 aprile con le bandiere fasciste
Esprimiamo grande preoccupazione per i continui attacchi alla Costituzione e alla Repubblica, nei suoi diversi poteri, espressi dal Presidente del Consiglio e dai parlamentari, dirigenti e simpatizzanti del Pdl.
Oltre all’incomprensibile proposta di ddl di cui abbiamo già riferito la scorsa settimana per l’eliminazione della XII norma transitoria della Costituzione ( “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del neodisciolto partito fascista)”, i manifesti ingiuriosi verso la Magistratura a Milano, l’inutile e pretestuosa polemica dell’assessore Donazzan contro il Sindaco di Vicenza Variati; ora spunta un’incredibile fotografia che ritrae numerosi membri della Giovane Italia (i giovani del Pdl) che festeggiano il 25 Aprile con saluti romani e bandiere della RSI.
Superando la tristezza per la profonda ignoranza storica che sottende tali gesti e iniziative, il dato che più deve allarmare è che a compiere questi gesti siano i dirigenti vicentini della Giovane Italia, gli stessi che poche ora prima parlavano di unità nazionale e riconciliazione proponendo addirittura di cambiare il nome del Museo del Risorgimento e della Resistenza!
Con la speranza che il confronto politico si basi sempre sulle proposte, sulle idee ed il rispetto degli avversari politici ci auguriamo di non doverci più trovare a commentare simili iniziative e che i responsabili siano invitati a riflettere sull’importanza del ricordo delle persone che perché ognuno potesse esprimere liberamente la propria opinione hanno sacrificato la vita. [G.G.]

Una norma inutile?
Non bastavano le leggi ad personam, il caso Ruby, la malasanità, le false dichiarazioni in merito alla città dell’Aquila. Non bastavano i problemi riguardanti il nucleare, la questione di Lampedusa, le ultime barzellette del Premier. A coronare il quadro della politica italiana sono cinque nostalgici senatori. C’è da capirli, poveretti. D’altronde, riforme come quelle della Giustizia e della Scuola certo non rappresentano un materiale di difficile approccio. Così, Cristiano De Eccher, Fabrizio Di Stefano, Francesco Bevilacqua, Giorgio Bonacin e Achille Totaro (Pdl) hanno ben pensato di presentare al Senato un ddl, ossia un disegno di legge, che prevedesse l’eliminazione della XII norma transitoria della Costituzione: “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del neodisciolto partito fascista”. Quale inutilità, una norma che tutela i cittadini dalla ricomparsa di partiti politici di dubbie basi democratiche e morali!
La giustificazione arriva prontamente. “Nessuno di noi ha mai pensato di avviare una battaglia di tipo ideologico fuori dal tempo e dalla storia. Il nostro ddl, infatti, si prefigge di intervenire su una norma transitoria che per sua stessa natura era quindi destinata, secondo la volontà dei padri costituenti, a valere per un tempo limitato.” affermano gli stessi firmatari.
Ciò che colpisce non è tanto il semplicismo della dichiarazione in sé, quanto la convinzione che questo ddl abbia un senso.
Una “Norma transitoria” si definisce tale non perché essa debba essere presa in considerazione per un lasso di tempo ben determinato, ma perché si ritiene che gli italiani sappiano farla propria, assimilarla, accettarla e desiderarla. Una norma come quella che vieta la ricostituzione di partiti, associazioni o qualsivoglia altro tipo di aggregazione sociale d’impronta fascista è da considerarsi valida dal momento stesso in cui viene scritta. Certo, negli anni Quaranta la situazione era diversa. C’era la necessità di tutelarsi. Il partito fascista era stato sciolto da poco e i nostalgici, seppur celati, non mancavano. Ma ora, ora è tutta un’altra cosa. O così dovrebbe essere. Se una tale norma suscita ancora un così acceso interesse, allora forse dovremmo chiederci se ne sia stato colto davvero il significato.
Il desiderio di abolire una disposizione come questa sottolinea come non si è maturi per ritenerla qualcosa di assimilato, facente parte della nostra stessa identità. Se se ne fosse compresa l’importanza, nessuno si chiederebbe se abrogarla o meno. L’esistenza di un qualcosa di scritto diventa superflua agli occhi di chi ha maturato dentro sé la consapevolezza che mai più si dovrà permettere il ritorno di partiti che appoggiano un regime. Di partiti che annullano la persona in quanto tale. Di partiti che gerarchizzano la società, che si fanno beffe dell’uguaglianza, che rendono l’uomo un essere acritico e sottomesso al potere.
Cari Senatori, siete stati eletti perché possiate tenere fede ai valori incarnati dalla Costituzione.
Che si continui a rispettarli.
Samantha Pegoraro
Piccoli momenti di felicità
28 marzo 2010. Dopo 8 anni, Silvio Berlusconi torna a fare il cittadino, presentandosi al Palazzo di Giustizia di Milano, per il processo Mediatrade. Un indagine, l’ennesima (qui non possiamo dargli torto), sulle oscure manovre fiscali che hanno reso possibile il suo impero.
L’evento non può non farci sorridere.
Per 8 anni il premier ha evitato di compiere un gesto che poteva ricollegarlo alla normale realtà delle cose: quella per cui si è giudicati per i propri errori. Persino se questo significa farsi riprendere all’entrata di un Tribunale, e che poi queste immagini finiscano sulle sue diverse, personali, reti televisive.
In questo ventennio berlusconiano, i governi di centrodestra hanno operato, con ogni mezzo, per evitare giornate come questa. Attraverso “riforme”, leggi, battaglie mediatiche, attacchi alla magistratura e alla Costituzione. Come se i problemi del Paese fossero questi.
Quindi sì, vedere Berlusconi andare dal giudice per rispondere delle sue azioni, fa sorridere. Poco importa (per adesso) se si riuscirà un giorno a far luce sulla sua storia. E passiamo oltre anche su chi, fuori dal tribunale, osannava e sosteneva una persona che sente il bisogno di nascondersi da ogni forma di accusa, critica, confronto-Legge. Se ci riusciamo, allora ignoriamo per un attimo la macchina del fango che hanno creato le sue televisioni, dove anche nei programmi di più infima qualità c’è bisogno di figuranti che si fingano aquilani felici per una casa immaginaria. Per far vedere che va tutto bene, sempre.
Possiamo sorridere per un momento: ai telegiornali, anche quelli di Mediaset, possiamo vedere l’imputato Berlusconi andare in aula. Ma non è un sorriso saracastico il nostro, frutto dell’ossessione e della persecuzione nei suoi confronti.
Ma dev’essere questa sensazione che, anche per chi si arroga diritti al di sopra delle leggi, le scorciatoie rimaste siano ormai poche. La straordinaria rivoluzione in atto negli stati nordafricani, contro dittatori e tiranni (amici del premier) sono una grande spinta di ottimisimo, e fiducia. Ma anche aver festeggiato, tutti insieme, al di là del bunga bunga, i 150 anni di questo nostro paese.
Quando si parla dei processi di Berlusconi, si viene accusati di antiberlusconismo, o giustizialismo. È giusto invece ricordarcene sempre. Sempre, perchè non sia mai che l’anomalia che Berlusconi e la sua corte hanno creato in Italia diventi norma, realtà o morale. Perchè per noi democratici il berlusconismo è certamente un avversario politico, ma, soprattutto, un modello di società che contrastiamo in ogni sua parte, e che la storia condannerà. E noi abbiamo questa certezza: le cose cambieranno. Siamo pronti.
Giovanni Selmo
Lettera aperta ad Andrea Causin
Gentile Andrea Causin,
in questo momento forse bisognerebbe parlare dei fatti drammatici della Libia o del Giappone, ma la sua decisione di lasciare il PD non ha lasciato indifferenti i tanti militanti di questo Partito.
Alcuni di noi l’hanno anche sostenuta quando due anni fa si candidò alla segreteria regionale di questo partito. Ci abbiamo tutti messo la faccia, impegnandoci e sostenendo le proprie idee all’interno del dibattito congressuale. Ora è molto difficile capire la sua decisione di lasciare il Partito a due anni dal quel congresso e ad un anno dalla sua elezione in Consiglio Regionale nelle liste del PD.
Chi scrive è stato spesso in disaccordo con la linea della dirigenza regionale e nazionale. Ha condiviso anche alcune delle sue critiche che l’hanno portata a dimettersi da vicesegretario regionale. La motivazione di non riconoscersi più in un partito a suo dire “social democratico” suona però alquanto pretestuosa. Perché non ha espresso il suo “disagio nello stare nel PD” prima delle Regionali? Forse perché allora le servivano i voti degli elettori del PD per conquistare il posto in Consiglio Regionale? È vero, lei non è un Calearo calato dall’alto in una lista bloccata, ma è stato eletto con le preferenze sulla scheda elettorale. Ma è anche vero che le settemila preferenze personali servono a poco senza l’impegno dei tanti militanti che l’hanno sostenuta e il voto dei centomila elettori che hanno scelto il Partito Democratico in Provincia di Venezia.
Per un giovane che si impegna in un partito fa male vedere comportamenti come il suo che sanno di vecchia politica. Lei ha utilizzato questo partito per farsi eleggere. Ora lo lascia, conservando però la poltrona in consiglio regionale.
Se non vuole più giocare, ci ridia almeno la palla.
Giuseppe Peronato







