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Il cotechino della signora Monti
Il 2011 si era aperto con il Ruby-gate. Il 2012 con un presunto Cotechino-gate improvvidamente denunciato da un intenditore di maiali e porcate come il senatore Roberto Calderoli. Il primo scandalo ha portato il nostro Paese sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo con il primato di avere un premier rinviato a giudizio per prostituzione minorile. Il secondo, che secondo la ricostruzione calderoliana si sarebbe perpetrato con una festa privata tenutasi il 31 dicembre a Palazzo Chigi, è stato invece prontamente smontato da un serissimo e al tempo stesso esilarante comunicato della Presidenza del Consiglio.
“Anni e anni passati a discutere di come gestire politicamente Bossi e la Lega, arriva questo e ce lo spiega in trenta righe” scrive Francesco Costa su Twitter.
Il segno del cambiamento è anche nello stile. [G.Pe.]
Perché oggi sono andato a Roma. Le proposte del PD per un’Italia diversa
Oggi è il 5 Novembre 2011 e sono andato a Roma, alla Manifestazione nazionale del PD.
Siamo probabilmente immersi nella recessione economica più grave dal dopoguerra, e ho detto tutto. Non so esprimere facilmente a parole i miei sentimenti, ma, come molti di volti, sento frustrazione, rabbia e senso d’impotenza. Alcuni dicono “sono tutti uguali”, altri che “cambiare è impossibile”, altri ancora, invece, ci credono.
Qualunque sia il partito che vi piace o non vi piace, dobbiamo credere che possiamo cambiare, altrimenti perché continuare a studiare qui? Perché lavorare in Italia? Perché far crescere i nostri figli in questo paese? GIà i nostri figli. Fra 20 anni gli racconteremo del 2011, e per chi avrà la fortuna d’esserci, di questa giornata.
Parlo da studente, giovane ed iscritto ad un partito. Oggi credere alla politica è difficile, lo so. Io ho fatto, tempo fa, una scelta precisa, ma devo dirvi, dopo delusioni più o meno profonde, ne sono orgoglioso.
Immagino che molti di voi guardino con diffidenza il nostro simbolo, il PD, e credetemi, vi capisco. Oggi però è una giornata particolare. Ora e mai più, il PD ha l’opportunità di dimostrare che è diverso, non migliore, perché questo lo giudicherete voi, ma con idee e proposte precise.
Quest’ultime purtroppo non si conoscono, quindi per l’occasione, vi ho allegato tutte le principali proposte del PD. Dateci una letta a quelle che più vi interessano e poi, se vorrete, lasciate un commento! Qui ho raccolto tutte le proposte ed idee del PD.
L’importante però è NON essere INDIFFERENTI, saper DISCUTERE e, alla fine, SCEGLIERE. Questa però, credo sia una regola di vita, che non vale solo nella politica!
Insomma, Cambiamo l’Italia! Solo noi possiamo farlo!
Michele Faggion
Guarda le foto della manifestazione
Tanti auguri, Piddì!
Questo non vuole essere un articolo agiografico. Questo vuole essere un articolo di celebrazione di una esperienza che inizia a essere rilevante nella storia politica del nostro paese e di cui, anche solo per rilevanza elettorale, tutti devono iniziare a tener conto.
Quattro anni fa, dopo interminabili discussioni, combattuti congressi e qualche indecisione, nacque questo soggetto dall’identità politica talmente inedita da essere difficilmente percepita anche oggi. La sfida, attualissima, era quella di unificare in un unico partito quelle tendenze progressiste che nella storia d’Italia si erano molto spesso incrociate, ma mai legate, rimanendo minoritarie nelle varie organizzazioni a cui aderivano. Penso al cristianesimo sociale, al liberalsocialismo, al liberalismo sociale, alla socialdemocrazia. Tutte tendenze che mai riuscirono in Italia a rendersi tendenze “di massa”. Era tempo di sanare questa anomalia. Era tempo di creare qualcosa di nuovo. Nuovo e inedito dal punto di vista politico, certo, ma perfettamente in linea con la storia politica italiana degli ultimi vent’anni, in cui il progressismo era rimasto diviso in due aree, una post-comunista e una post-democristiana, egualmente “incomplete” dal punto di vista identitario e politico. E proprio da questa incompletezza, da questa mancanza, traevano un’irresistibile tendenza all’unificazione. L’abbiamo visto coi Progressisti nel ’94, coll’Ulivo nel ’98 e, infine, con la costituzione della lista unitaria “Uniti nell’Ulivo” nel 2004. Il Partito Democratico non è nato dal nulla. Il Partito Democratico è nato da un’esigenza politica e culturale, quella di creare quel partito progressista e riformista di popolo che all’Italia è sempre mancato.
Di cultura si mangia?
Secondo Giulio Tremonti la risposta è no. Di cultura non si mangia.
La domanda, in realtà, è mal posta: di cultura non deve solo mangiare lo stomaco, ma si deve nutrire anche la mente del cittadino consapevole. Specialmente in Italia l’arte, la musica, la letteratura e le altre muse non devono solo essere conservate per i posteri, ma devono essere anche luogo di aggregazione e di crescita della cittadinanza, oltre che riferimenti culturali imperituri.
Ma adesso vogliamo “stare al gioco” di Tremonti e ci chiediamo: di cultura, si mangia?
La formazione. Partiamo da una certezza: di formazione si mangia, eccome. Non è una novità che le imprese che più innovano ed investono in capitale umano (ad esempio in formazione professionale per i loro dipendenti) sono quelle che crescono di più ed in maniera più armonica. Ciò che invece di nuovo ci ha mostrato la crisi economica è che, in una generale riorganizzazione dei cicli produttivi, le fasi delle lavorazioni a più alto valore aggiunto si sono collocate dove maggiori sono i legami tra imprese e mondo della formazione.
Tradotto: un’impresa razionale dislocherà il proprio settore “ricerca e sviluppo” in uno Stato che investe nella formazione e nell’istruzione dei propri cittadini (garantendo dunque a questo stato un enorme potenziale di crescita), mentre dislocherà le fasi “a basso valore aggiunto” (come la catena di montaggio) in Stati che non fanno questi investimenti. Come dimostra la triste pratica delle delocalizzazioni, le fasi della lavorazione a basso valore aggiunto portano molta meno crescita, in tutti i sensi.
La cultura. Ma anche di cultura “in senso stretto”, si mangia molto. Un’istituzione come l’Arena di Verona genera da sola un indotto indiretto di 400 milioni di Euro ogni estate, senza contare i posti di lavoro e il volume d’affari generati dalla cosiddetta filiera della cultura (nell’esempio dell’Arena, quella che va dai costumisti al regista, dai tecnici del suono agli attori). Ciò dimostra, al pari della recente Notte della Taranta 2011, che fare cultura conviene a chi la sa far bene.
L’esempio. Certo – ci si potrà dire – i casi in cui la cultura fa bene all’economia di un sistema sono isolati e sporadici: sono esperienze positive sulle quali, però, non si può imbastire una seria politica di sviluppo. Esiste però l’esempio di un Paese, quella stessa Germania il cui nome evoca l’immagine di “locomotiva d’Europa”, che dimostra che è vero il contrario. Anche nei periodi di maggiore instabilità economica, infatti, i Governi tedeschi hanno proseguito il programma di incremento dei finanziamenti pubblici alla ricerca e allo sviluppo dal 2,4% del PIL del 1999 al 2,78% nel 2009 (il nostro Paese, per non smentirsi, è al 1,28%). La bontà e la lungimiranza di questa scelta sono testimoniate, oltre che dal grado di specializzazione delle imprese tedesche che è sotto gli occhi di tutti, dall’aumento dei posti di lavoro nel settore che sono passati dai 470.729 del 2004 ai 529.226 del 2009 e dalla crescita del PIL tedesco anche in periodo di crisi, del 3,6% nel 2010.
La politica. Per mettere in atto politiche lungimiranti sono necessari, però, un Governo ed una classe dirigente che sappiano cogliere appieno le potenzialità del sistema-Italia, liberando tutte le risorse che in esso si celano, faticano e spesso scappano.
Dire che “di cultura non si mangia” è sintomo di una concezione del Ministero dell’economia che è solo “far quadrare i conti”, senza vedere il proprio ruolo – il ruolo dello Stato – in un seria politica di sviluppo di questo Paese. E’ anche per questo che, ora più che mai, c’è bisogno di noi.
Alberto Trivelli
La Padania non esiste
La Padania non esiste. Non è un’entità territoriale, alla quale al massimo ci si può riferire parlando di “Pianura Padana”, ma è evidente che l’allusione cercata non è questa, dal momento che il Giro di Padania, partito da Paesana (Cn) e arrivato a Montecchio Maggiore, è passato per la Liguria e il Trentino, regioni non appartenenti a tale area geografica. La partecipazione dei Giovani Democratici della Provincia di Vicenza è stata assolutamente pacifica (guarda le foto della manifestazione). Lo striscione, che a caratteri verdi (in pendant con i colori della Lega!) recitava “di Padano esiste solo il grana”, è stato orgogliosamente disteso e accompagnato da decine di bandiere tricolori e inni italiani, intonati addirittura sulle note musicali di una tromba.
Alle premiazioni, dopo aver assistito all’arrivo dei ciclisti, hanno partecipato, tra gli altri, Renzo Bossi e il governatore della regione Veneto, Luca Zaia, entrambi a lungo contestati. Non sono mancati i gesti irrispettosi dei leghisti e di coloro che, infastiditi da questo melodioso sventolamento di bandiere troppo poco verdi, insultavano in modo scontato e poco cortese i manifestanti, talora anche accampando banali scuse per iniziare a discutere animatamente, con poca civiltà.
Ma lo spirito democratico e pacifico di noi GD si è mostrato pronto a non rispondere con la stessa ipocrita arma. Meglio bandiere italiane che puntine da disegno e letame. Meglio cori pacifici che insulti. Meglio fischi che silenzi. Anche per tale motivo non è stata esposta alcuna bandiera arancione col nostro simbolo: lo sport non deve essere strumentalizzato politicamente, ma momento di unione e condivisione. Lo sport deve unire, non essere mezzo indiretto di campagna elettorale, e soprattutto di manipolazione.
E a coloro che, poco convinti dell’importanza di questa manifestazione, non vi hanno partecipato, vorrei dire: forse è vero, i problemi dell’Italia oggi sono altri, ma i problemi del Veneto sono anche questi. Pertanto dobbiamo tentare di contrastare la sempre più opprimente “padanizzazione”.
E dal colle retrostante il palco dei leghisti in festa vedere dei fumogeni, rossi, bianchi e verdi, unirsi ai nostri tricolori, mentre tra fischi e cori i leghisti imperterriti continuavano le premiazioni, non sapendo come arginare le contestazioni, ha dimostrato ancora una volta che ogni manifestazione pacifica ha un potere maggiore rispetto all’imposizione di ideali che, sfruttando ogni mezzo, fomentano l’odio dove invece dovrebbe nascere amore, per il prossimo e per l’alterità, fonte di crescita e conoscenza continua.
C’è molto di più oltre alla Padania. Noi non siamo padani. Siamo italiani, siamo europei.
Angela Tessarolo
La festa la fanno i volontari

Domenica sera si è conclusa la seconda Festa democratica provinciale di Schio, la quarta organizzata in Provincia di Vicenza da quando è nato il Partito Democratico nel 2007. Queste feste, che sono un’antica consuetudine in regioni come l’Emilia Romagna o la Toscana, sono ormai diffuse anche nelle regioni del nord e nella nostra provincia. Solo il Partito Democratico può vantare infatti un calendario di oltre 2000 feste all’anno in tutt’Italia, da quelle organizzate da piccoli circoli locali fino alla grande festa nazionale che quest’anno si svolgerà per due settimane a fine agosto a Pesaro. Alla Lega che pretendeva tempo fa di essere l’unico partito popolare, Bersani ha risposto così: “se mi chiedono quanto deve costare uno spiedino per non rimetterci, io glielo so dire… lo chiedano a Berlusconi…”. E l’abbiamo visto anche alla Festa di Schio, dove non si sono mangiati solo spiedini, ma anche paella, frittura di pesce, orecchiette con le cime di rapa e tanti altri piatti degni dei migliori ristoranti.
Gli amici di Iodemocratico facevano notare come dopo la vittoria alle amministrative e al referendum si sarebbero aspettati un po’ più di pubblico alla festa di Schio; capovolgendo il famoso adagio: “urne piene, piazze vuote”. Se fosse sempre così, potremmo veramente metterci la firma. In realtà, credo non ci si possa troppo lamentare dell’affluenza di pubblico. Si è vista parecchia gente alla Festa di Schio, venuta per conoscere esponenti di spicco della politica nazionale come Enrico Letta, Dario Franceschini, Paola Concia e Debora Serracchiani oppure semplicemente per passare del tempo in buona compagnia. Tutti i dibattiti serali sono stati molto seguiti. In particolare l’evento conclusivo con Debora Serracchiani ha registrato la presenza di oltre quattrocento persone, molte delle quali rimaste in piedi all’interno e all’esterno del tendone principale della Festa. Un po’ meno bene sono andati gli scontrini dei pasti, complice forse la crisi e i prezzi necessariamente alti per sostenere gli alti costi dell’organizzazione.

Ma io credo che la questione centrale non sia tanto il pubblico che è venuto per passare una serata alla Festa, quanto il gruppo che si è formato all’interno dei tantissimi volontari che hanno lavorato per la realizzazione di questa festa. Perché durante la festa non c’era il catering, neanche il service audio, ma solo il lavoro di tantissimi militanti, giovani e meno giovani, che hanno dato veramente anima e corpo per la riuscita della festa. E segnaliamo che non c’è stata solo una straordinaria presenza di giovani (e il ringraziamento va in particolare ai Giovani Democratici del Thienese), ma anche e soprattutto un gioco di squadra tra le vecchie leve e i giovani militanti che hanno lavorato assieme in questi quattro giorni. È in queste occasioni che si vede cos’è un partito di popolo. Perché la festa non è solo un momento di pubblicità esterna del partito, ma anche un fondamentale momento di crescita interna del partito. E la vera festa la fanno proprio i volontari.
Giuseppe Peronato






