Archives for maggio, 2011

Milano Libera Tutti

Abbiamo vinto.

Questa volta possiamo dirlo senza tanti distinguo: le ultime elezioni amministrative hanno visto il successo netto delle coalizioni di centrosinistra in tutte le maggiori città del paese al voto, dal Nord al Sud. Persino a Cagliari, dove la destra ha governato (quasi) ininterrotamente sin dal dopoguerra.

Ed è bello poter dire “abbiamo”, anche se parliamo di tante realtà locali, grandi e piccole, diverse tra loro. Soprattutto se pensiamo alla pluralità delle forze che sostenevano sindaci e presidenti di provincia.

In qusto “abbiamo” trovano spazio i partiti, le associazioni e i comitati. Ma è importante sottolineare che i veri vincitori di queste elezioni sono stati soprattutto i cittadini. Quelli che hanno sentito con urgenza la necessità di svoltare, per amore della propria città, ma non solo, e di spendersi per persone capaci, pulite, possibilmente nuove.

i partiti di centrosinistra, e il PD fra questi, hanno colto (per fortuna) questi segnali. A Milano si è vinto con la voglia di sradicare, ma con allegria, il mondo fasullo che vediamo trasmesso ogni giorno al Tg1. Si è vinto senza la violenza mediatica della calunnia televisa, senza offendere, senza odiare. Si è vinto senza scendere allo stesso livello delle provocazioni, e ci è voluta veramente tanta forza e ironia, per noi che ci troviamo al tempo del grande partito del bunga bunga. I malgoverni, se combattuti con proposte serie, prima o poi vengono sempre condannati.

Abbiamo vinto tutti perché ci siamo dati da fare. Perché abbiamo fatto le primarie.

Perché la ricchezza, e non la debolezza, della proposta del centrosinistra, sta nell’essere un insieme di tante anime che vogliono veramente migliorare questo Paese. E che quindi difendono l’acqua pubblica, contrastano ridicoli progetti nucleari e tentano, come fa il PD, di restituire al Paese una legge elettorale degna di una democrazia moderna.

Abbiamo vinto perché la nostra visione di società è diversa, ed è radicalmente alternativa a chi governa ora in Italia.

Abbiamo vinto perché è ora di sfatare un certo disprezzo per le piazze, per chi ci mette la faccia, per quei giovani che hanno tutto il diritto di sognare il ricambio di una classe politica che li sacrifica sistematicamente a favore delle solite, ridotte, categorie sociali.

Abbiamo vinto perché la nostra proposta è forte, e non ha bisogno di inseguire il fantomatico successo di Sceriffi, Moderati o Poli immaginari.

Abbiamo vinto.

Giovanni Selmo

5/31/11 Commenti 2 Comments

Effetto (si spera) Pisapia.

Correvano gli anni ’20 e a Milano veniva battezzato il nascente fascismo che da qui a breve avrebbe marciato su Roma. Nella stessa città, a piazzale Loreto, qualche decennio dopo si chiudevano definitivamente i conti col Ventennio, pronti per scrivere le pagine bianche di quella che sarebbe diventata la Prima Repubblica. Ed ancora una volta, la città meneghina negli anni ’90 torna protagonista del panorama italiano con Tangentopoli e la ‘discesa in campo’ di Berlusconi, a celebrare l’avvento della Seconda Repubblica e la fine dei partiti storici.
Sembrerebbe quindi evidente da questi dati, come ogni svolta della storia moderna politica italiana sia sempre stata maturata nella capitale di un Nord operoso, sotto l’occhio vigile della ‘bela Madunina’… se così realmente fosse, questa volta Milano dovrebbe essere anche cittadina protagonista della fine del berlusconismo, affascinata ancora una volta, come negli anni passati, da spirito di cambiamento ed innovazione. Affinchè ciò accada, Milano e i Milanesi deve, devono farsi e lasciarsi conquistare.
Così era successo con Berlusconi: aveva debuttato rifiutandosi di trasformare il Suo partito in un comitato elettorale-azienda, conquistando chi, nel ceto moderato e non solo, sentiva esigenza di rinnovamento per cambiare e crescere. Poi, anno dopo anno, sposando il solo programma delle leggi ‘ad personam’, insultando i magistrati e sparando contro il Quirinale, ha trasformato la politica nel tifo che grida “arbitro venduto” e irride gli avversari. Insomma un nulla a che vedere con il razionale pragmatismo e compostezza milanese e con l’Italia migliore che sfida la crisi economica con il coraggio di chi ogni giorno lo vive con onore e trasparenza. Nella sua smania onnivora Berlusconi ha trascinato con sé anche la Lega, che certo urla quando le sue bandiere vengono radunate lungo il Po, ma che ha sempre avuto a cuore la politica concreta del giorno per giorno e i legami con la sua gente, reggendo finché è rimasta movimento estraneo a vizi e vizietti di partito. Sul punto di toccare il fondo, anche il movimento caratterizzato dal sole della Alpi, ha lanciato il suo grido d’allarme, sull’onda dell”’historia docet’: se non si vince a Milano, che si fa?
Dall’altro lato una candidatura vincente di Pisapia: l’avvocato composto, uomo impegnato che si vuol far passare per estremista, ma che incarna in realtà le virtù riformiste della moderazione e del garantismo giudiziario. Una figura poco incline a logiche di partito per seguire metodi nuovi fino a oggi a noi estranei che piace e potrà sperare di competere e si spera di vincere. Ecco perchè anche a noi il buon vecchio Giuliano piace. E piace soprattutto nell’ottica di esponente di un cambiamento che da Milano è pronto a soffiare sul paese intero, giusto per non smentire il fatto che ogni cambiamento storico-politico aveva come sfondo la bella Milano. Importante è che Milano ascolti il lamento del Paese, molli gli ormeggi dello status conservativo tendente al passivo e torni a scommettere sul cambiamento. Una Milano che, nella storia moderna ci mette la faccia, visto che B. non ce la potrà mettere più.

Barbara Michelin

5/24/11 Italia No Comments

Il Giornale di Vicenza, 19.05.2011, pag. 24

5/19/11 Ritagli stampa No Comments

1300 firme contro i tagli al trasporto pubblico locale

Più di 1300 firme in meno di due mesi, raccolte negli istituti superiori della provincia e nei gazebo davanti alle stazioni dei treni. È questo il risultato della raccolta firme, promossa dai Giovani Democratici, per chiedere alla Provincia di Vicenza e ad FTV di non far pagare agli studenti e alle famiglie i tagli inferti al trasporto pubblico nel bilancio regionale. La raccolta firme proseguirà fino al termine dell’anno scolastico, quando i fogli con le firme saranno ufficialmente consegnati al Presidente Schneck.
“E’ un grande risultato -commenta il segretario provinciale dei GD Giacomo Possamai – che denota quanto questo problema stia a cuore agli studenti. E questa volta non possono dire che non ci sono i soldi: per colmare il buco basterebbe far pagare l’abbonamento a fasce progressive di reddito come si fa con l’ISEE all’università, oppure reintrodurre l’addizionale IRPEF a livello regionale. Vogliamo lanciare un’altra proposta: si crei, anche nella nostra provincia, come in tutte le aree sviluppate, l’abbonamento unico bus più treno, che consenta agli studenti di viaggiare con un unico biglietto su tutti i mezzi pubblici. Sarebbe una prima vera rivoluzione”.
Molto duro sulla vicenda anche il consigliere provinciale PD Matteo Quero: “La Lega e la destra perseguono una politica iniqua dove a pagare sono sempre i più deboli. Le stesse agevolazioni (2 milioni di euro per il 2010) relative agli abbonamenti FTV che hanno portato all’abbattimento dei costi per gli studenti non portano ad una reale equità – prosegue il consigliere – in quanto danno la stessa cifra a tutti, indipendentemente dal reddito familiare. Alla luce di questo drastico taglio proporrò in Consiglio di procedere ad una rimodulazione delle agevolazioni in base al reddito”.

Non si rassegna ad un servizio pubblico a mezzo servizio nemmeno il consigliere regionale PD Stefano Fracasso: “Un Veneto in ritardo sul trasporto pubblico che parla ancora troppo di strade e troppo poco di metropolitana. Chiederemo in sede di assestamento che siano ripristinati i fondi per il trasporto pubblico: il rischio è di far pagare ai cittadini pendolari e all’ambiente le conseguenze di questi tagli. Le aziende vicentine di trasporto pubblico sono sane e devono essere messe nelle condizioni di migliorare i loro servizi”.

5/19/11 comunicato stampa No Comments

Campagna per il referendum del 12-13 giugno


5/16/11 Materiali No Comments

Come si impara ad insegnare?

Alla domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” un bambino potrebbe rispondervi “L’astronauta”, anche se non siamo più ai tempi dell’ormai mitologico Yuri Gagarin, o più facilmente, “il calciatore”, “il cantante”, o magari anche “Il concorrente del Grande Fratello”.
Difficile che un bambino vi risponda che vuole fare l’insegnante. E questo per due motivi.
In primo luogo, quella dell’insegnante è una professione attualmente poco ambita perché poco riconosciuta socialmente. L’insegnante, oggi, non gode più di quell’aura di professionista del sapere che lo ammantava una generazione fa. Spesso oggi l’insegnante è considerato un ammaestratore di allievi; egli deve in primo luogo controllare che mentre sono sotto la sua sorveglianza non si gettino dalla finestra credendo di essere Superman o non picchino i compagni.
In secondo luogo, è difficile che qualcuno vi dica che gli piacerebbe fare l’insegnante perché, a tutt’oggi, non si sa come fare ad accedere alla professione.
La formazione degli insegnanti è stata un aspetto cui ogni governo ha inteso mettere mano, provocando una confusione ed una sovrapposizione normativa senza pari. Conseguenza di tali intrecci burocratici sconsiderati sono le colonne di precari che affollano le graduatorie, spesso affrontando travagli amministrativi inenarrabili per raggranellare qualche scarno punto in più. Allo stato attuale, la formazione degli insegnanti è un buco nero. Sull’argomento regna la deregulation più selvaggia; la recente riforma Gelmini, che di fatto ha apportato modifiche sostanziali anche su questo tema, non è stata però incisiva nel metterle in atto: il “New Deal”, il nuovo percorso della formazione degli insegnanti appare ammantato da un alone di mistero.
Se nel passato la scuola ha rappresentato un ammortizzatore sociale come alcuni sostengono, non si capisce perché tale situazione debba apparire come irrisolvibile e continuare a pesare sulle generazioni successive. Continuare a non investire nella formazione significa dare al Paese teste condizionabili, prive di senso critico, nonché professionalità deboli e competenze fragili, che fanno acqua da tutte le parti.
Insegnanti poco motivati, la cui professionalità non è riconosciuta e la cui formazione è traballante, fanno della scuola un’istituzione debole, che non accompagna i ragazzi nella loro formazione e che non li incoraggia a pensare. Che sia questo il vero obiettivo? È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena, ma forse qualcuno continua a credere che meglio di tutto sia una testa vuota.

Giulia Turra

5/14/11 Commenti No Comments