Archives for ottobre, 2010

Senza la Fiat l’Italia farebbe meglio?

L’intervista di Fazio a Marchionne durante la trasmissione “Che tempo che fa” del 25 ottobre ha destato molto scalpore.

L’amministratore delegato Fiat è arrivato addirittura a sostenere che “senza l’Italia la Fiat farebbe meglio“. Ovviamente è una frase provocatoria ma che in un momento di crisi economica come questo, in cui tutte le aziende e industrie italiane dovrebbero fare quadrato insieme alla politica per mantenere l’occupazione in Italia, è un affondo.

Marchionne ha sottolineato anche che lo stato italiano non ha sostenuto la Fiat in questi anni.

Quest’ultima frase ha dell’incredibile dato che chiunque può accorgersi quanto la necessità di supportare la Fiat abbia indirizzato gli investimenti per i trasporti pubblici in Italia negli ultimi decenni. Intere linee ferroviarie e filovie sono state smantellate per fare spazio alle corriere e ai bus IVECO (anche questo marchio Fiat come Lancia e Alfa Romeo). Non citiamo poi le innumerevoli commissioni statali per i mezzi di trasporto delle Forze dell’Ordine e dell’Esercito Italiano.

“L’importante è ripagare i prestiti e che lo Stato non diventi gestore delle società” prosegue Marchionne, ma i prestiti sono stati “elargiti” a fondo perduto e fino ad ora non è rientrato niente nelle casse statali.

Secondo un calcolo approssimativo, i finanziamenti statali alla Fiat dal secondo dopoguerra ad oggi sarebbero stimabili attorno ai 200 mila miliardi delle vecchie lire. Escludiamo da questo conteggio le numerosissime ore di cassa integrazione per gli operai Fiat, un altro modo per l’azienda di scaricare i suoi costi sui contribuenti.

Sulla gestione statale dell’azienda viene spontaneo domandarsi se sia giusto che i contribuenti si facciano carico delle perdite e gli “imprenditori” (anzichè lo stato) possano gestire i guadagni a loro discrezione. La risposta è sì se questo permettesse di mantenere una crescita economica e un aumento dei posti di lavoro in Italia, ma a quanto pare siamo sulla strada diametralmente opposta.

Filippo Crimì

10/31/10 Italia 2 Comments

Culturame

L’ultimo film di Ligabue, “Niente Paura”, è un ritratto della nostra società e del nostro Paese. Rimangono impresse in modo particolare le parole del comico Paolo Rossi che, con grande ironia e senso di autocritica, propone “campi di concentramento per la cultura”, oppure l’istituzione di una speciale “polizia del sapere” , che fermi i cittadini per strada e, dopo aver chiesto i documenti, li interroghi sul Leopardi, sulla Costituzione, o su Dante. Insomma, dei gendarmi gentiluomini che al posto del manganello usino la forza nascosta delle parole, dei libri e della cultura, accertandosi che ogni buon cittadino sappia chi siamo, da dove veniamo, cosa ci rappresenta, chi ha fatto la storia del nostro Paese. È sicuramente una bella provocazione, oggi che la televisione è lo specchio della nostra società, dove ogni aspetto della nostra vita (anche i momenti più genuini o drammatici dell’esistenza) viene  rappresentato come dentro a un grande e scintillante reality show.

Da un mese assistiamo alla presenza ossessiva nel dibattito pubblico del caso della quindicenne uccisa ad Avetrana. Telegiornali monotematici inondano le nostre giornate, con interviste fiume a parenti, amici, esperti, vicini della vittima. Ora addirittura pellegrinaggi nel luogo del crimine.

Nel frattempo c’è un’Italia che va avanti. Un’Italia spesso molto diversa da chi la descrive. E chi vuole raccontare questa Italia, chi vuole fare Cultura vera, viene continuamente ostacolato e additato. È il caso del nuovo programma di Saviano, così come Report e Annozero. Ma è anche la stessa questione che gira intorno ai luoghi del sapere e del futuro, e riguarda gli attacchi alla scuola, all’università, alla ricerca, al teatro, alla musica, all’arte. Un “culturame parassitario” lo definì il ministro Brunetta.  Pare si voglia affossarci in un abisso di banalità e target televisivi.

Non molto tempo fa Veltroni disse  che esiste un Paese migliore di chi lo governa.

Pensiamo anche noi cosi. Un Paese con un grandissimo bisogno di avere esempi importanti di Cultura, cultura del lavoro, cultura giuridica, cultura politica. Un Paese fuori dai sondaggi, dalla televisione, dai partiti.

È per questa Italia che dobbiamo rimboccarci le maniche. Cambiamo canale.

Giovanni Selmo

10/25/10 Commenti 1 Comment

La Rai colpisce ancora. Dopo i casi Santoro e Gabanelli ora tocca alla coppia Fazio-Saviano

Un paio di settimane fa abbiamo parlato di una delle tante anomalie nel modo di fare informazione in Italia. Riprendendo in parte i temi trattati da Samantha Pegoraro, non è ridondante discutere di un’altra stranezza presente nelle televisioni pubbliche italiane, ovvero del paradosso che vede i dirigenti d’azienda contro i programmi della stessa.

Si può iniziare citando Michele Santoro e Annozero, da sempre nel mirino di una tv di Stato che sembra non gradire accentuate dosi di spirito critico verso l’operato del governo e gli scandali riguardanti l’ambiente della politica. Di tanto in tanto anche Report di Milena Gabanelli subisce qualche attacco, basti vedere il caso scoppiato dopo il servizio sugli investimenti del Presidente del Consiglio nell’isola caraibica di Antigua e le precedenti sollecitazioni del dg Rai Masi ad usare prudenza nella trasmissione, quasi facendo capire che la volontà di togliere la tutela legale alla giornalista c’è sempre. È piuttosto triste notare come questi episodi siano ormai all’ordine del giorno, considerati non più delle eccezioni ma la norma nell’informazione televisiva italiana. Siamo ormai rassegnati ad un sistema che fa del mancato rinnovo di contratti e delle sospensioni le armi con cui minacciare e causare danni al diritto dei telespettatori ad essere informati.

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10/21/10 Italia No Comments

Quei grandi “vecchi” che la poltrona non la mollano mai.

Giorno della fiducia in Parlamento: Silvio Berlusconi ha da poco compiuto 74 anni, età in cui già il buon Giulio Andreotti godeva del pensionamento. Al suo fianco sedevano rispettivamente Umberto Bossi, capopopolo ingiuriato da anni e Gianni Letta, già suo consigliere durante i moti milanesi dal Bava Beccaris. In alto, l’onniscente “spina nel fianco” Gianfranco Fini, che da ben 17 anni medita sul modo di succedergli, prendendo le redini di una moderna destra. Nel suo discorso, il premier prometteva opere di 20 anni fa… dal Ponte sullo Stretto passando per il completamento dei lavori della Salerno-Reggio Calabria. Il giorno seguente, lo spettacolo parlamentare è stato ampliamente discusso nei vari salotti televisivi, da quello di sinistra di Michele Santoro (per il quale ci battiamo da quando si portava ancora l’eskimo del movimento studentesco, visto che rischia sempre di non andare in onda) a quello di destra gestito da Bruno Vespa, che non me ne voglia, ma ci hanno insegnato a ricordarlo come colui che ha dato la notizia o della strage di Piazza Fontana o forse dello sbarco sulla Luna.

“Menomale che non esiste solo la politica” potrebbe mormorare qualcuno. E INVECE NO!

C’è l’economia per esempio in cui l’ultima rivoluzione delle banche italiane all’avanguardia, ha segnato il ritorno sulla scena di un ragazzotto del ’35, tal Cesare Geronzi. Nel mondo della produzion la Fiat, dopo il rilancio della ’500, ha messo allo studio il remake della ’600, della Topolino e della Tancredi, simil-modello di biga romana assai in voga all’epoca augustea. E chissà come mai sempre più giovani fuggono da questa Italia verso l’estero. Approdano in bizzarre terre dal sapore freddo. Dalla Gran Bretagna dove il premier è più giovane di Pier Silvio e i ministri potrebbero essere i nipoti del nostro d’Arcore. Approdano in Germania, in Scandinavia, dove come sostiene Tremonti, le cose vanno molto peggio che da noi. Eppure c’è qualcosa che non va. Eppure nonostante questa crisi, i fondi per la ricerca negli anni critici sono stati aumentati e guarda un po’… l’economia è ripartita. Forse siamo vicini alla fine? Di questo passo invitabilmente la sentenza spetterà ai posteri, ma stiamo andando verso una nuova stagione politica, in cui potremo scegliere se RI-confermare Berlusconi e Bossi per l’ennesima volta fino a 90 anni, oppure puntare sul nuovo che avanza, da Bersani alle nuove giovani generazioni. Di questo passo, chissà, forse un giorno mio/a figlio/a vedrà ultimata la Salerno-Reggio Calabria. A me almeno, piace utopisticamente pensarla così.

Barbara Michelin

10/17/10 Commenti No Comments

Federalismo o regionalismo?

L’unica riforma strutturale che è stata impostata nei due anni dell’ultimo governo Berlusconi è il Federalismo fiscale cavallo di battaglia della Lega e di Umberto Bossi.

Non indaghiamo sulle motivazioni politiche, molto evidenti, che hanno portato a questa scelta, ma vogliamo entrare nel merito, esemplificare gli aspetti tecnici: giuridici, economici e anche storici di questa riforma solo descritta a slogan nei comizi.

In primis è bene fare chiarezza sul significato dei termini: il federalismo è la centralità delle comunità di base e dei loro bisogni che non devono essere confusi con una convergenza di interessi limitata all’ambito territoriale e con nuovi centralismi del potere che sono declinazioni di sterile regionalismo.

Dal punto di vista giuridico la nostra Carta Costituzionale art. 5 prescrive l’unità delle nazione attraverso il federalismo solidale tra regioni per l’uguaglianza tra i cittadini, e in questa direzione nel 2001 è stato riformato il titolo V della Costituzione. La legge 42 del 2009, legge delega del federalismo fiscale, a cui sono seguiti 2 decreti attuativi, indica invece un decentramento, un percorso inverso rispetto ad U.S.A e Confederazione Elvetica che si basano su un federalismo competitivo, in contrasto con il dettame della Costituzione Italiana.

Il federalismo solidale indicato dai padri costituenti si basa sui punti cardine dell’uguaglianza nel territorio nazionale ,della supervisione e gestione da parte dello Stato delle politiche fiscali per mantenere organicità,  dare una direzione comune e punire gli enti e gli amministratori che non rispettano gli standard qualitativi dei servizi e di spesa fissati. Strumenti principi per garantire questi risultati sono i costi standard per il rimborso dei servizi erogati dagli enti territoriali e la perequazione fiscale, art. 117 e 119 Cost., trasferimenti statali finanziati con i proventi fiscali ordinari delle regioni più produttive e con quelli straordinari che derivano dalla lotta all’evasione, per garantire l’uguaglianza territoriale alla base dell’unità dello stato e della coesione sociale nel Paese. Il modello americano basato su un federalismo fiscale competitivo prevede una più larga libertà impositiva, aumenta la differenza territoriale e spinge a logiche regionalistiche. Questa direzione, di un’Italia a più velocità, è impraticabile nel nostro paese che invece ha nell’utilizzo delle buone pratiche delle comunità virtuose nelle situazioni meno efficaci nei servizi ed efficienti nella gestione, la via principale all’unità e all’inclusione sociale, alla qualità della vita, alla sostenibilità e redditività di un nuovo corso economico.

È per questi obiettivi che il gruppo parlamentare del PD ha lavorato affinché il testo di legge presentato dalla Lega venisse profondamente modificato, con in mente il chiaro paradigma di  “federalismo solidale, modellato sulla perequazione e sul coordinamento dello stato centrale; un modello basato sulla responsabilità e sul controllo della spesa, che permetta un controllo diretto da parte dei cittadini” come l’ha definita l’ex Presidente della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick.

Giacomo Gabrieletto

10/12/10 Italia No Comments

Fate la scuola, non fate la guerra

foto di Valentina Mazzoni

10/8/10 Foto No Comments